Baskin, lo sport 4.0 dove l’inclusione è la vera regola

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Dieci regole e un solo principio: l’inclusione. Questo sarebbe il baskin se dovesse essere spiegato in una piccola frase. Uno sport che si ispira al basket ma che non vuole lasciare indietro nessuno e mette su uno stesso campo forme diverse di normalità. Un basket 4.0

Baskin, una rivoluzione nata nel 2001

 Il baskin è un’attività sportiva giovane, nasce a Cremona nel 2001. Oggi è presente in quasi tutte le Regioni Italiane con oltre 150 associazioni sportive. Nel nome il suo destino: si chiama bask- in dove l’affisso in indica proprio il principio ispiratore nonché valore centrale: l’inclusione. Uno sport 4.0 che mette in discussione la rigida struttura degli sport ufficiali. Un’attività che nasce dal basket ma punta all’inclusione, mira a permettere la partecipazione attiva di tutti. Giocatori uomini e donne con qualsiasi disabilità fisica e mentale, insieme a persone normodotate.

Le dieci regole su cui si basa infatti valorizzano il contributo di ogni membro della squadra. Tutti concorrono quindi al successo comune. Quest’adattamento, che personalizza la responsabilità di ogni giocatore durante la partita, permette di superare positivamente la tendenza spontanea ad un atteggiamento “assistenziale” a volte presente nelle proposte di attività fisiche per persone disabili. Ogni giocatore ha un ruolo definito dalle sue competenze motorie e, di conseguenza, ha un avversario diretto dello stesso livello. Questi ruoli sono numerati da 1 a 5 e hanno regole proprie. Sono latri due gli aspetti che compongono il regolamento. I materiali e gli spazi. Nel primo caso ci si riferisce al canestro e alla palla. I canestri sono 4, due normali, due laterali. E la palla può avere un peso e una dimensione diversi.

Nella Sala del Carroccio in Campidoglio l’assessora alle Politiche Sociali e alla Salute Barbara Funari ha presentato il “Progetto Baskin e oltre”, promosso da Roma Capitale e dall’ Eisi, Ente Italiano Sport Inclusivo. LA FOTO DELL’EVENTO

Lo sport per formare una società migliore

La nascita di uno sport che metta insieme persone con una disabilità e persone normodotate ridisegna la cultura dello sport. I benefici? Sono per tutti.
Non sono solo per i disabili che per la prima volta non vengono trattati da tali o con quella tendenza assistenziale mista a tenerezza che distacca dalla realtà e dal reale contributo al successo. Per loro questo significa godere di un trattamento normale, esattamente come sono loro quando stanno sul campo. Da qui ne consegue una ritrovata fiducia, autostima, coniugazione di sacrificio e piacere, miglioramento delle attività psicomotorie.

E non è finita qui. Se si pensa che i benefici vadano solo in quella direzione, si cadrebbe in errore. L’inserimento in un contesto diverso e approcciare a questa diversità sviluppa nuove capacità anche nel normodotato. Questo soprattutto nel caso dei giovanissimi. Per questo motivi è uno sport che sostiene un’attività intensa di rapporti con le scuole. Attivare la creatività e nuove modalità comunicative, smuovere la sensibilità, stabilire legame affettivi intensi, permette di beneficiare di tutti i vantaggi che il rapporto col “diverso” porta con sé. Uno sport fruibile che abbatte barriere e integra i disabili nella società forma persone migliori.

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