Phil Jackson, l’allenatore che ha rivoluzionato il gioco in NBA

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Passano gli anni ma ancora oggi è difficile trovare un allenatore che abbia segnato la storia del basket NBA come Phil Jackson. Un uomo che da giocatore è passato inosservato ma che da coach ha riscritto le regole del gioco, portando innovazione, visione e vittorie. 

Phil Jackson e Michael Jordan, Chicago Bulls
Phil Jackson e Michael Jordan (Andrew D. Bernstein/Getty Images)

Il destino dell’allenatore più vincente della storia NBA: l’idea del triangolo

Basterebbe ascoltare le parole di Michael Jordan per capire l’impatto di Phil Jackson come allenatore. In realtà la parola allenatore non riassume tutto quello che ha rappresentato nel corso della sua carriera. Phil è stato leader, maestro di vita, padre ma soprattutto un visionario. Una carriera iniziata nel 1967 da giocatore, come 17esima scelta del secondo giro del Draft, selezionato dai Kincks. Nel 73’ vinse il titolo insieme a Walt Frazier. Già in quel periodo la sua propensione di coach venne fuori, tanto che nella successiva esperienza ai New Jersey Nets ricoprì il doppio ruolo di giocatore e assistente allenatore. Il preludio a un destino già scritto e che lo avrebbe portato a diventare l’allenatore più vincente della storia NBA, con ben 11 anelli conquistati (6 con i Chicago Bulls, 5 con i Los Angeles Lakers). Come Johan Cruijff nel calcio, Phil Jackson ha portato una rivoluzione concreta nel gioco, modellando quello che si è affermato come il famoso ‘triangolo’.

Arrivato a Chicago come assistant coach, sviluppò l’idea del triangolo offensivo, prendendo spunto dal collega Tex Winter. La strategia di gioco si basava sull’idea che i 5 giocatori dovessero muoversi in maniera coordinata, in risposta al posizionamento delle difese avversarie. Il focus consisteva nell’adattamento di ogni pedina, con rotazioni continue per liberare al tiro il cestista piazzato meglio. Un concetto che esaltava i valori dell’altruismo e del problem solving e che coinvolgeva tutti i giocatori in campo, senza individualismi, nonostante la presenza di una stella come MJ. Una chiave di lettura straordinaria per quei tempi, che ha permesso ai Bulls di liberare Jordan dalla gabbia costruita dalle difese avversarie. Da quel momento l’impeto di Chicago è diventato inarrestabile per chiunque. “Non forzare il gioco, aspetta che il gioco venga da te”. Anche con questa frase Phil ha impiantato nelle menti dei giocatori un’idea, convincendo anche campioni come Jordan, Pippen e Kobe Bryant che fosse la via giusta per il successo.

Phil Jackson e Kobe Bryant
Phil Jackson e Kobe Bryant (Credit:Getty Images)

Jordan e Kobe nel segno di Phil Jackson

Phil Jackson è riuscito a conquistarsi il rispetto e la totale ammirazione di Michael prima e di Kobe poi. Quando riesci a entrare nella testa di leggende di questo calibro, entri di diritto nella storia prima ancor di vincere un titolo. Quando il rapporto tra Phil e il general manager Krause iniziò a deteriorarsi, lo stesso Jordan dichiarò: “Non rimarrò ai Bulls senza Phil”. Un atto di stima totale verso un uomo che aveva creato una macchina perfetta e che era stato in grado di portare Chicago sul tetto del basket americano, ribaltando una storia fatta di delusioni e sconfitte per i Bulls. E’ riuscito a domare persino un cavallo pazzo come Dennis Rodman, capendo la linea sottile da non superare per farlo rendere al meglio, costruendo quello che sarebbe diventato il miglior difensore della Lega. Certamente Jackson non avrebbe vinto senza Jordan prima e Bryant poi, ma siamo sicuri che Michael e Kobe avrebbero vinto senza Phil?.

Di certo la storia dei Chicago Bulls e dei Los Angeles Lakers è passata dalle idee e dai successi di Phil Jackson che ha saputo riscrivere i concetti del gioco, rendendoli moderni già 30 anni fa. “Le partite si vincono e si perdono in allenamento; il carattere di un giocatore è più importante del suo talento“. Una delle tante frasi che sintetizzano al meglio la mentalità e la leadership del coach statunitense e che contraddistinguono la sua autobiografia “Più di un gioco”. La sua carriera in panchina si è conclusa nel 2011 dopo l’ultima stagione alla guida dei gialloviola. Le sue idee rivoluzionarie, però, sono diventate come il Corano per le nuove generazioni di allenatori. Nel giorno del suo 78° compleanno vale la pena celebrare le gesta di uno dei personaggi più influenti della NBA.

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