Roberto Baggio, l’eroe fragile simbolo di un calcio che non c’è più

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È nato a Caldogno, nel vicentino, il 18 febbraio del 1967 ed oggi compie 56 anni. Inutile fargli gli auguri elencando vittorie, traguardi, trofei e gol. Meglio ricordare i motivi che lo hanno reso il simbolo di un calcio che non c’è più. Eroe fragile e raggiungibile tra tanti calciatori irraggiungibili

Roberto Baggio porta fuori dal campo sulla barella, dopo l’ultimo grave infortuni al ginocchio (fonte Corriere.it)

Infortuni, cadute, dolori, rinascite e l’amore della gente

Uno dei più forti calciatori italiani di sempre. Per molti il miglior giocatore ‘nostrano’ della seconda metà del XX secolo. È stato il più amato, apprezzato e rispettato. Ancora oggi, a quasi 20 anni dal suo addio al calcio giocato, Roberto Baggio è un’icona. Una leggenda osannata nonostante abbia abbandonato totalmente il mondo calcistico. Nel giorno del suo compleanno, è superfluo fare uno sterile elenco di trofei, Pallone d’Oro, gol segnati e tappe della carriera. Così ci siamo chiesti: cosa è stato Baggio per gli amanti del calcio? Cosa ha rappresentato Roberto per la gente comune che andava ad ammirarlo allo stadio? Roberto Baggio è stato un eroe. Non come Superman o Capitan America, invincibili e infallibili, bensì un eroe fragile, che è caduto, ha sofferto e ha fallito per poi rialzarsi. Un eroe che non si è mostrato perfetto, come, invece, tanti modelli sbandierati oggi.

Queste debolezze lo hanno avvicinato alla gente comune più di chiunque altro. Era un predestinato, d’altronde non si segnano per caso 55 gol in 20 partite nelle giovanili del Caldogno. Sei giovane e forte, ma la vita è severa e ti fa capire che serve sacrificio per raggiungere gli obbiettivi. A 18 anni il primo grave infortunio, il 5 maggio 1985 con la maglia del Vicenza. Il giorno prima la Fiorentina aveva ufficializzato l’acquisto. Si rompe tutto: crociato anteriore, capsula, menisco e collaterale della gamba destra. La carriera doveva finire lì. Tornerà in campo 2 anni dopo e mostrerà classe infinita tra Juventus, Milan, Inter, Bologna, Brescia e l’amata Nazionale. Oltre a gol e vittorie, le sue annate saranno costellate da tanti altri infortuni alle ginocchia. Cinque in totale, ma la grande passione per il calcio lo porterà sempre a rialzarsi. Questa sua fragilità lo ha fatto amare ancora di più dalla gente che in lui vedeva un eroe fragile e raggiungibile.

Lo sconforto di Roberto Baggio dopo aver sbagliato il rigore nella finale Mondiale ad USA ’94 contro il Brasile (fonte Dagospia)

Sbagliava come le persone comuni, incantava come le divinità

Con il calcio di oggi, dove i giocatori sono macchine perfette, infallibili, dal fisico scultoreo, insomma ‘contenitori di potenza ed esplosività’ (vedi CR7, Mbappè, Haaland), Baggio non avrebbe niente a che spartire. Lui era un gladiatore umile, un guerriero timido che non ha potuto mai allenare il suo fisico, ma ci ha solamente dovuto combattere, limitando danni e sofferenze per fare quello che amava. Dopo l’ultima partita dirà: “Ho finito di soffrire”. La sua innata semplicità, la sua lontananza dalle mode del calcio milionario (veline, macchine di lusso, red carpet) lo hanno mostrato come un uomo semplice, una persona come tante altre. Per intenderci, Roby ancora oggi va in giro con una Panda degli anni ’80. Il modo di giocare, di inventare traiettorie impossibili, di illuminare il campo, il suo sguardo sincero verso il pallone, erano un qualcosa di aggregante che ha unito intere famiglie davanti alla tv per vederlo giocare.

“Roberto è un momento di fantasia, di spensieratezza che esalta il presente, congelando il desiderio di futuro”, nelle parole di Vittorio Petrone, suo manager, c’è tutto. Guardarlo in azione era come ammirare un momento fuori dal tempo. Sta per succedere qualcosa, non vedi l’ora che accada, vuoi goderti quell’istante e speri che non finisca mai. Il fatto che abbia illuminato i campi da calcio senza le ginocchia dà ancora più valore alle sue gesta. Nonostante gravi infortuni, errori e incomprensioni con gli allenatori (chiedere a Lippi, Ulivieri e Sacchi), Roby ha saputo spostare sempre il confine dei suoi limiti, cercando di fare un passo in più nonostante mille impedimenti. Questo grazie al Buddhismo. Da buon praticante ha sconfitto le debolezze, andando avanti. Ha fatto della resilienza la sua forza portante. Il Buddhismo lo ha aiutato anche a metabolizzare ‘quell’errore fatale’ dal dischetto a USA ’94, contro il Brasile. Non se lo toglierà mai dalla mente, ma anche in quella triste vicenda, ha mostrato a tutti la sua grande umanità, come ricorda Petrone: “Dopo il rigore sbagliato, il suo dolore più grande non era per se stesso, ma per aver fatto soffrire 60 milioni di italiani”.

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