“Fuffo Nostro”, la storia di Fulvio Bernardini

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Romano, calciatore, dirigente, giornalista, allenatore, selezionatore. Tutto questo è riassumibile in una sola persona, Fulvio “Fuffo” Bernardini. Un uomo scomodo, poco incline al dialogo e ai giochi politici, lui romano e perciò schietto e diretto. Questa è la storia di una figura che ha attraversato mezzo secolo di calcio italiano, scrivendone pagine indelebili.

Fulvio Bernardini in posa con la Nazionale
Fulvio Bernardini con la Nazionale

Dall’oratorio all’Internazionale di Milano

Nasce a Roma il 28 dicembre 1905, più precisamente a Rione Monti dove lì, nella più classica squadra dell’oratorio, inizia a dare i primi calci al pallone. Anzi a fermare i primi calci, perché Fulvio inizialmente gioca in porta, fino a che in un violento scontro di gioco esce malconcio e con una contusione alla testa. Da lì in poi il padre gli vieta di giocare in quel ruolo così pericoloso, facendolo virare sul centromediano. Lo nota la Lazio che si aggiudica le sue prestazioni sportive. Nella sponda bianco celeste del Tevere, rimarrà per molti anni arrivando anche in finale scudetto, fino al 1926.

Nel 1926, per 50.000 lire all’anno e l’iscrizione alla facoltà di economia dell’università Bocconi, accetta la corte dell’Inter, invogliato anche da alcuni diverbi con la società romana. A Milano passerà solo due anni, dove realizzerà 27 gol ma fece in tempo a notare un giovane ragazzo della primavera. Fulvio si fermava dopo l’allenamento a osservare i ragazzi delle giovanili ed è proprio lì che notò questo ragazzo di appena 16 anni. Quel ragazzo si chiamava Giuseppe Meazza, la storia darà ragione a Bernardini, quel ragazzo era proprio forte.

“Con il gran Fulvio Bernardini che dà scuola agli argentini”

Nel 1928, ad un anno dalla nascita, lo acquista la Roma, con cui passerà le successive 11 stagioni. Fulvio diventa un idolo della tifoseria romanista, che nello storico Campo Testaccio lo invoca a gran voce. Con la Roma non vincerà praticamente nulla ma conquisterà la chiamata della Nazionale per le olimpiadi del 1928, concludendo il torneo con la medaglia di bronzo. Il suo rapporto con la Nazionale è sempre stato travagliato. Fulvio era molto forte, ambidestro, capace di testa, elegante e con un grande senso della posizione. Con la maglia azzurra però, ha collezionato solo 26 presenze anche a causa dell’esclusione dai mondiali casalinghi e vittoriosi del ’34 e a quelli del ’38.

Nella sua autobiografia ci spiega come l’allora C.T. Vittorio Pozzo, un’istituzione del calcio italiano, aveva a cuore i risultati sportivi dell’intera squadra piuttosto che far brillare le individualità e proprio per questo Fulvio è stato lasciato fuori. Troppo appariscente per quella squadra che invece era “quadrata” e molto organizzata. Al termine dell’esperienza con la Roma, finirà la sua carriera tra i dilettanti del Mater, ricoprendo anche il ruolo di allenatore-giocatore.

Fulvio Bernardini e il Bologna Calcio
Fulvio Bernardini (il primo da destra) con alcuni calciatori del Bologna

“Così si gioca solo in Paradiso”

Dopo aver concluso la carriera da calciatore, Fulvio ottiene la carica di reggente della FIGC fino al ’44 anno in cui rassegna le dimissioni. Torna a Roma, dove vuole iniziare la carriera da allenatore, proprio nelle giovanili giallorosse, dove però non avrà grandi fortune. Seguirono le panchine della Reggina in Serie C, del Vicenza in B e poi finalmente la chiamata di una squadra storica del nostro calcio, la Fiorentina. Con la Viola conquista lo scudetto 1955-56 e raggiunge la finale di Coppa dei Campioni, prima italiana a riuscirci, contro il grande Real Madrid. Purtroppo per Fulvio e i tifosi viola, quella squadra era pressocchè imbattibile. Con un 2-0, con anche qualche recriminazione, i franchisti portarono a casa la Coppa grazie al solito Alfredo Di Stefano. Nel ’58 torna a Roma, per allenare la Lazio con la quale conquisterà la Coppa Italia del 1958, il primo trofeo della società bianco celeste prima di passare al Bologna, dove conquisterà lo storico scudetto del 1963-64 in finale contro la grande Inter di Helenio Herrera.

Dal 1965 al 1971 allena la Sampdoria, risollevando la società reduce da una retrocessione in Serie B. Nel 1974, quando ormai non se lo aspettava più, arriva la grande chiamata della Nazionale. Fulvio come già detto era un personaggio scomodo politicamente parlando, perché sempre schietto nei suoi discorsi ma forse uno come lui era il personaggio perfetto per risollevare la Nazionale dopo la fallimentare campagna mondiale del 1974. La “vecchia guardia” era ormai in fase calante, gli eroi della partita del secolo cominciavano una fase discendente, Mazzola e Rivera su tutti. A Fulvio dobbiamo la creazione di un gruppo solido di ragazzi giovani, dai piedi buoni (termine coniato da lui), che faranno le successive fortune della Nazionale italiana. Il gruppo di ragazzi era capitanato da Giuseppe Antognoni, calciatore elegante e tecnico, capitano e numero 10 della Fiorentina, passando per i vari Gentile, Tardelli, Graziani e Scirea.

Bernardini e Antognoni
Fulvio Bernardini, Giancarlo Antognoni e una tifosa

Fulvio Bernardini, l’uomo

Nei suoi ultimi anni di carriera, la sua voce suadente e la sua scelta sempre impeccabile delle parole iniziava a venir meno a causa della SLA. Una malattia tremenda che piano piano ti rende impotente di fronte alla realtà che ti circonda, nonostante il tuo cervello rimanga perfettamente lucido. Il grande Fulvio Bernardini era un personaggio incredibile. Un uomo che riusciva ad accomunare tutti, tranne la critica, sempre feroce nei suoi confronti. Aveva un temperamento invidiabile, che alle volte gli costò caro. Un pomeriggio, passando con la sua auto per le vie del centro della Capitale, nota che la strada è più trafficata del solito, a causa di una vettura blu che procede a piccoli passi. Dopo aver insistentemente suonato il clacson Fulvio tenta il sorpasso sulla’autovettura in questione.

Durante il sorpasso le due macchine vengono a contatto, seppur minimo, e una volta terminata la manovra, Fulvio mostra il simbolo delle corna dal finestrino. Qualche giorno dopo si presentarono a casa sua dei poliziotti. La macchina che procedeva lentamente, stava portando Benito Mussolini alla stazione Termini. Fulvio era così, spontaneo e anticonformista anche nei risultati. Vinse, ma non vinse con i giganti del nord, vinse con la Fiorentina ed il Bologna, successi che ancora oggi riecheggiano nella memoria popolare a distanza di anni. Fulvio era una persona unica, uno di quelli esempi di sportivo popolare, uno di quelli che hanno segnato per sempre il calcio italiano.

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