Javier Zanetti, simbolo di un calcio di valori

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In un calcio orfano di bandiere e uomini simbolo, dove il danaro e la sete di potere hanno sovvertito completamente i valori dello sport, è doveroso celebrare i campioni che hanno dato anima e corpo per la propria squadra. Uno di questi è, senza dubbio, Javier Zanetti, un campione senza tempo, esempio di sport prima che grande calciatore, professionista esemplare e simbolo non solo dell’Inter ma del calcio in senso globale.

El Tractor, il trattore del rettangolo verde

Soprannominato da tutti i compagni ‘Pupi’, dagli amanti del calcio, invece, ‘El Tractor’. Sì perché Javier non era un giocatore come gli altri. Non brillava per tecnica e non faceva stropicciare gli occhi per la sua qualità. Quello che impressionava dell’argentino era la capacità di correre sù e giù per il campo, come un trattore, senza mai fermarsi, con una forza e un controllo della palla strabilianti. Roberto Baggio lo ha definito ‘indistruttibile‘ ed effettivamente era questa la sensazione che dava tutte le volte che correva in campo. Il copione era sempre lo stesso, palla in possesso sulla corsia di destra e corsa a testa bassa verso il fondo con il pallone incollato al piede, ma sguardo sempre vigile su quello che accadeva intorno. La standing ovation arrivava forte come un tuono a San Siro ma anche negli altri stadi era inevitabile alzarsi in piedi e applaudire.

Il suo trampolino di lancio è stato il Banfield, squadra argentina della Primera Division. Poi il grande salto in Italia, il suo sogno sin da piccolo, con l’approdo all’Inter di Massimo Moratti nel 1995. Tra loro due nascerà un legame indissolubile, ben oltre il semplice rapporto Presidente-giocatore. Un rapporto che ancora oggi entrambi difendono con grande orgoglio. Un certo Diego Armando Maradona aveva definito il suo arrivo “Il miglior acquisto dell’anno”. Non è stato difficile capire che quel ragazzo timido e introverso avesse qualcosa di diverso dagli altri. Bergomi, ai tempi capitano del club, aveva raccontato un aneddoto significativo: “Primissimo allenamento, facciamo possesso palla. Lui non la perde mai, gli resta sempre incollata al piede. Quel giorno pensai che avrebbe fatto la storia dell’Inter”. Da quel momento il suo legame con i nerazzurri non è più terminato. Durato 19 stagioni e 858 presenze da calciatore, è proseguito in veste di vicepresidente.

Dalla sofferenza alla gloria eterna a Madrid

Ha dovuto soffrire prima di ottenere i successi a lungo rincorsi. Tra i momenti topici della sua carriera c’è senza dubbio la vittoria della Coppa Uefa al Parco dei Principi contro la Lazio. Una partita marchiata da Ronaldo il Fenomeno ma nel quale anche Zanetti ha trovato la rete con un tiro fantastico all’incrocio, uno dei pochi gol della sua carriera, ma uno dei più indelebili. Una parentesi vincente all’interno di un percorso fatto di tante sconfitte che, però, non hanno mai scalfito un professionista come lui che in testa aveva solo una parola: sacrificio. Grazie a quello ha trascinato l’Inter da vero leader in tutte le situazioni, dentro e fuori dal campo. I suoi sforzi lo hanno reso una leggenda. Dall’inizio dell’era Mancini, proseguendo con il biennio di Mourinho, Javier ha collezionato un successo dopo l’altro; scudetti, coppe Italia, supercoppe, ma soprattutto il Triplete del 2010 dove ha potuto finalmente lasciarsi andare ad un pianto vero e puro, sinonimo di tutti i suoi sforzi.

Quella Champions League alzata nel cielo di Madrid è stata come una liberazione; un urlo commovente e indimenticabile che lo ha reso il simbolo di un popolo che quella coppa la aveva attesa per 45 lunghi anni. Oggi è il vicepresidente dell’Inter, il volto del club in Italia e nel mondo; figura fondamentale all’interno della società e dello spogliatoio. Pupi si è costruito il suo destino da solo, dimostrando che anche un ragazzino che si alza alle 4 di mattina per consegnare il latte e lo yogurt, con il duro lavoro, può diventare qualcuno. Ha lasciato un segno indelebile non solo nel gioco, rivoluzionando il ruolo in termini di atletismo e velocità, ma anche umanamente, onorando il senso più vero e profondo dello sport. Ha detto di lui Paolo Maldini: “Io e Zanetti siamo stati due bandiere e purtroppo nel calcio di oggi spesso non esistono più”. Un campione che ha macinato record su record e che ad oggi rimane uno degli ultimi baluardi di un calcio ormai andato.

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