Famoso per non avere vinto. Storia di un atleta e della sconfitta che gli insegnò a volare

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È il 24 luglio 1908 quando, alle Olimpiadi di Londra, Dorando Pietri diventa “famoso per non avere vinto”. Dorando, nonostante l’estrema fatica e le numerose cadute, taglia per primo il traguardo dei Giochi Olimpici. Ma è sorretto da un medico e da un giudice di gara, e per questo viene squalificato. Eppure oggi lo ricordiamo ancora. Segno che emozione, tenacia e dedizione lasciano un’impronta più profonda della singola performance atletica. Storia di un figlio del popolo rimasto nella leggenda.

La prima vittoria (contro se stesso) dell’atleta “famoso per non avere vinto”

Chissà cosa avrà pensato quel contadino di Mandrio, frazione di Correggio nella profonda provincia emiliana. Chissà cosa avrà pensato quando vide suo figlio, ancora vestito da garzone, correre appresso al più famoso podista dell’epoca. Era il 1904 quando il giovane Dorando Pietri (conosciuto erroneamente anche come Dorando Petri) vide Pericle Pagliani partecipare ad una gara podistica vicino a casa sua. Leggenda vuole che il ragazzo si mise a correre vicino all’atleta, reggendo il confronto sino al traguardo. Una gara estemporanea che fu il calcio d’avvio d’una straordinaria carriera.

Quello stesso anno Dorando partecipa alla sua prima gara ufficiale, la 3000 metri di Bologna, arrivando secondo. Dal 1905 al 1907 ottenne ottimi risultati sia in patria che all’estero. In quei primi anni si fa notare per il distacco con cui taglia il traguardo. Per esempio, in occasione della 30 km di Parigi, primeggia con 6 minuti di distanziamento dal gruppo. È questo il periodo in cui sperimenta diverse formule di gara. Diventando, quindi, un podista completo. Ormai è capace di gareggiare tanto nel mezzofondo quanto nella maratona. Nei campionati italiani vince sia i 20 km che i 5000 metri piani, strappando il primato nazionale. L’occasione più importante della vita lo aspetta dietro l’angolo, e gli si presenta l’anno successivo.

dorando pietri premiato dalla regina vittoria
Dorando Pietri premiato dalla regina Alessandra, già principessa di Galles

La vittoria morale che commuove il mondo

Eccole, nel 1908, le Olimpiadi di Londra. Il 24 luglio è la principessa del Galles a dare il via alla maratona. Bisogna coprire la distanza fra il castello di Windsor e lo stadio. Dorando Pietri, in maglietta bianca e calzoncini rossi, porta il numero 19. Inizia a calpestare quel nuovo percorso di 42 km e 195 metri. Dopo una prima fase di gara che è come una guerra di resistenza, l’atleta supera il leader della corsa e va in testa. A 2000 metri dall’arrivo, il nostro è stremato dal clima torrido e dal ritmo elevato imposto dagli avversari britannici. Confuso, entra nello stadio e sbaglia direzione della pista ma i giudici lo rimettono sulla giusta corsia.

Adesso, immaginiamoci la colonna sonora di “Momenti di gloria”. Gli oltre 75.000 spettatori vedono quell’ometto sfinito entrare nello stadio e coprire gli ultimi 500 metri in 15 minuti. Alto appena 1,59 metri, Dorando è disidratato ma tenace. Negli ultimi 200 metri cade altre quattro volte. Il pubblico lo anima battendo le mani e gridando, ma lui è quasi esanime. Per l’empatia generata dalla situazione, un medico e un giudice di gara lo aiutano a trascinarsi. Taglia il traguardo con un tempo di 2h 54′ 46″. È primo, e può permettersi di svenire. Tuttavia, a causa dell’aiuto ricevuto, viene squalificato. Ma da quel giorno Dorando è il podista “famoso per non avere vinto”. Come pochi altri, è il Made in Italy più famoso al mondo.

la walk of fame del foro italico
Il percorso al parco olimpico del Foro Italico, a Roma, in onore degli atleti che si sono distinti a livello internazionale

La leggenda sportiva entra nella cultura popolare

Umili origini, riga in mezzo alla fronte e orecchie pronunciate. Il mito di quello che potrebbe sembrare l’anti-eroe “famoso per non avere vinto” è rafforzato dall’incontro con altri personaggi. Per esempio, nello stadio di Londra era presente anche Arthur Conan Doyle, padre di Sherlock Holmes, incaricato di redigere il resoconto della maratona per il Daily Mail. Fu lui a suggerire la raccolta di una somma di denaro da devolvere a Dorando per la sua panetteria in Italia. Tra l’altro, il nostro è così famoso che gli viene dedicata una canzone dal compositore Irving Berlin. Al termine della gara, la regina Alessandra stessa lo onora di una coppa ad hoc in argento dorato. Ora il trofeo è conservato nella filiale Unicredit di Carpi. L’edificio sede della banca fu quello che ospitò il “Grand Hotel Dorando”, un’avventura imprenditoriale che il podista avviò con scarso successo.

Oggi possiamo trovare citazioni di Dorando in libri e canzoni. È in una storia di Topolino e nella miniserie “Il sogno del maratoneta” in cui viene interpretato da Luigi Lo Cascio. Per chi volesse onorarlo, è presente una targa in sua memoria nella Walk of Fame dello sport italiano al Foro Italico di Roma. Mutatis mutandis, non dobbiamo andare troppo indietro per ritrovare simili gesta di fair play sportivo. Per esempio, l’aiuto offerto dalla podista statunitense Abbey D’Agostino alla mezzofondista neozelandese Nikki Hamblin alle Olimpiadi di Rio 2016. Oppure quello di Braima Dabó, atleta della Guinea Bissau, nei confronti di Jonathan Busby ai Mondiali di Atletica in Qatar, quando lo aiuta a rialzarsi e a percorrere l’ultimo giro di pista sino al traguardo. Segno che abbiamo bisogno di ricordare che la sportività, più che dei muscoli, è cifra dell’anima.

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