Alfonsina Strada, bellezza in bicicletta, pioniera assoluta della parità

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La parità nasce dallo sport, l’emblema di questo ha un nome e un cognome: Alfonsina Strada, all’anagrafe Alfonsa Rosa Maria Morini, prima donna a competere in gare maschili come il Giro di Lombardia o il Giro d’Italia. Ecco perché Giorgia Meloni l’ha citata nel suo primo discorso al Consiglio dei Ministri.

Alfonsina Strada e il Giro d’Italia

Classe 1891, è figlia di un altro secolo Alfonsina Strada, figlia di analfabeti e seconda di dieci figli. Queste superficiali informazioni aiutano a disegnare il suo contesto di provenienza e, indirettamente, la sua passione e la sua tenacia. Infatti, la bicicletta su cui nasce l’amore per questo mezzo viene portata in casa da suo padre che l’acquista dal medico del paese. E’ vecchia ma funzionante. Da allora Alfonsina non l’ha più lasciata. Era il 1901. Verso i 14 anni mentiva ai genitori dicendo di andare alla messa domenicale per partecipare a qualche gara. Nel 1907 divenne la miglior ciclista italiana. Nel 1909 al Grand Prix di Pietroburgo in Russia ricevette una medaglia dallo zar Nicola II. Due anni dopo stabilì il record mondiale di velocità femminile. Aveva appena 20 anni.

Nel 1924 decide di iscriversi alla più importante gara ciclistica nazionale per motivi economici. Rimasta vedova, le 6 lire al giorno guadagnate col lavoro di sarta non le erano sufficienti per mantenere l’intera famiglia. Quella fu un’edizione particolare del Giro d’Italia: per partecipare le squadre più prestigiose avevano infatti chiesto delle ricompense in denaro. Dopo il no degli organizzatori, gli atleti più importanti disertarono la corsa. Un giro che rischiava di passare inosservato. Venne per questo accettata la presenza di Alfonsina. Un fine promozionale. Alfonsina trionfò senza entrare in classifica, e venne schernita dalla stessa stampa che ne parlava poco (o la chiamava Alfonsino, almeno fino a inizio gara). Entrò però nel cuore della gente e dei suoi colleghi uomini.

Disse: «Vi farò vedere io se le donne non sanno stare in bicicletta come gli uomini».

Sono una donna, può darsi che non sia molto estetica e graziosa una donna che corre in bicicletta. Vede come sono ridotta? Ora sono… un mostro. Ma che dovevo fare? La puttana? Ho un marito al manicomio che devo aiutare; ho una bimba al collegio che mi costa 10 lire al giorno. Ho le gambe buone, il pubblico di tutta Italia (specie le donne e le madri) mi tratta con entusiasmo. Non sono pentita. Ho avuto delle amarezze, qualcuno mi ha schernita; ma io sono soddisfatta e so di avere fatto bene“. La sua è l’epoca in cui ancora non si conosce il femminismo, non se ne parla. Non lo si immagina né sogna. Eppure quelle, alcune, come Alfonsina l’hanno attuato. Non le verrà più permesso di gareggiare al Giro d’Italia. Ma a parte vincerne altre e stabilire nuovi record, la ricordiamo per motivi più nobili.

Meriti sportivi e umani. Valore professionale e spirituale. La forza e il coraggio di una donna nata in un’epoca dove il rosa del gentil sesso non poteva certo essere indossato durante il Giro d’Italia. Era l’epoca dove le pagine rosa del giornale che parlava di sport non le dava lo spazio che meritava. Meritava di più; se avesse vissuto oggi sarebbe stata legittimata diversamente, ma è grazie alla tenacia di quelle come lei che oggi viene riconosciuto quel valore e quel merito. Nello sport. Quello che ha scelto come via per essere una madre e una donna sempre migliore. Quello che ha scelto per dare uno stimolo anche ad una società più evoluta. Che pareggi i conti tra uomini e donne. Almeno nello sport.

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