Sport in Italia: le scuole come punto di partenza

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Lo sport nelle scuole è da sempre il punto di partenza per creare una cultura sportiva. Il nostro paese ha rimandato questo impegno troppo a lungo ma adesso forse potrebbe arrivare un punto di svolta. Dopo 60 anni, i docenti di educazione fisica potrebbero insegnare anche nelle scuole elementari. Stesso numero di ore e stesse condizioni retributive degli altri docenti. Il problema è che la legge non è stata ancora approvata e, qualora arrivasse un altro passo falso, sarebbe l’ennesima sconfitta per lo sport in Italia.

Educazione fisica nelle scuole primarie: copertura economica incerta

L’approdo dell’educazione fisica nelle scuole primarie rappresenterebbe una svolta significativa che, però, non è ancora arrivata. L’articolo 109, come riportato dalla ‘Gazzetta dello Sport’, è ancora in Legge di Bilancio ma risulta incerta la copertura economica. Tutto sarebbe affidato al calo demografico e alla conseguente diminuzione del numero di cattedre, che permetterebbe agli insegnanti di educazione fisica di poter insegnare anche nelle scuole primarie. Certamente qualcosa di poco solido su cui fare affidamento per poter cambiare il modello sportivo in Italia, anche perché l’effetto complessivo sul numero delle cattedre arriverebbe in tempi piuttosto lunghi. Sembra che il Ministero dell’Istruzione non abbia le risorse economiche necessarie per sostenere questa ‘rivoluzione’.

L’obiettivo è confermare questa nuova introduzione almeno nelle quinte elementari, nella speranza di ottenere stanziamenti certi in un prossimo futuro. Un eventuale arresto sarebbe l’ennesimo passo falso verso l’inclusione sociale. La vera rivoluzione dovrebbe partire proprio dall’inclusione, espandendo il concetto a tutti i livelli. Dallo sport amatoriale, passando per quello dilettantistico, fino al professionismo. Tutti in Italia desiderano lo sport nel senso più romantico e giusto del termine. Vorremmo lo sport per tutti, lo sport sano fatto di fair-play e allo stesso tempo remunerativo. Il vero problema è che ci limitiamo a volerlo e a sperarlo, pur essendo evidente che questi concetti non si stiano verificando.

Cultura sportiva come inclusione sociale

In Italia valutiamo lo sport esclusivamente dal punto di vista agonistico e del risultato. Bisognerebbe, invece, parlare anche dello sport come sistema. Siamo stati abituati a un certo tipo di modello sportivo dal quale fatichiamo a distaccarci. Si pensa troppo al breve periodo senza preoccuparsi di formare i giovani che potenzialmente saranno gli sportivi di domani. Il giornalista sportivo Flavio Tranquillo ha affrontato in maniera precisa questo argomento nel suo libro ‘Lo Sport di Domani’ partendo proprio dalle scuole e proponendo delle possibili soluzioni: “Per cambiare un sistema così sedimentato come quello dello sport in Italia bisognerebbe proporre progetti di ampio respiro che vedrebbero risultati e benefici solo dopo diversi anni. Dobbiamo essere noi i primi a spingere con gentilezza ma con fermezza la politica a interrogarsi su qualcosa che vada oltre quello che desideriamo oggi”. 

È utopico pensare di creare una cultura sportiva in Italia garantendo alle scuole appena due ore di educazione fisica settimanali. Queste risultano del tutto insufficienti a educare i giovani dal punto di vista sportivo. Inoltre le strutture a disposizione delle scuole sono inadeguate allo sviluppo delle attività sportive e gli istruttori non hanno, quasi mai, una preparazione sufficiente a far crescere il talento dei ragazzi. In Italia le istituzioni non ragionano su progetti a lungo-medio periodo e tutto questo è causato da una scarsa attenzione del Governo alla Cultura sportiva. Il tutto si traduce in divario concreto con gli altri Paesi. Senza una progettualità ci rimane solo la speranza che, però, spesso non basta. Certamente vorremmo tutti la massima espressione dello sport ma senza un sostegno concreto non resterà che il rimpianto di non aver fatto abbastanza.

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