Paralimpiadi: da strumento riabilitativo a evento mondiale dove si sfidano i veri supereroi

Ultime notizie

Giochi Olimpici invernali: riflettori su Pellegrino e De Fabiani

I Giochi Olimpici invernali si avvicinano e l'Italia sogna...

Il nuovo Futsal visto con gli occhi del D.G. Bontempi

Il Mercoledì a L’Atleta è sinonimo di futsal. Questa...

Mirco Casassa, la locura di un portiere di futsal

Come ogni mercoledì, Futsal Arena porta gli ospiti e...

VALORANT: il nuovo titolo competitivo targato Riot games.

Agent's Range Italia è la nuova realtà che ospita...

Share

A dimostrarci che la diversità è concetto complementare alla normalità, e dunque inglobato in essa, ci sono le Paralimpiadi. Lo dice la parola stessa che non allude e non richiama la parola “paralitico” ma è composta dal suffisso greco “para” , che sta per “parallelo”, “che affianca”. Così come la diversità è un concetto relativo e completa quello di normalità, così le Paralimpiadi non sono altro che un evento che completa le Olimpiadi. Senza uno, l’altro non avrebbe senso. E se è vero che le Olimpiadi sono il luogo dove nascono gli eroi, le Paralimpiadi sono quello dove gli eroi vanno.

paralimpiadi ludwig guttmann
A destra sir Ludwig Guttmann

Ludwig Guttmann medico visionario, appassionato, competente: il padre delle Paralimpiadi

E’ il 1960, a Roma si disputano i Giochi Olimpici, ma non solo. Quell’anno per la prima volta in concomitanza con le Olimpiadi si giocano le Paralimpiadi, riconosciute ufficialmente. Infatti la loro storia comincia un po’ più lontano nel tempo, precisamente dal 1948. E’ Ludwig Guttmann, neurochirurgo tedesco, ad averle inventate. Il medico, che lavorava in un ospedale ebraico in Germania, fu costretto alla fuga per le ben note cause storiche. Scappò in Inghilterra dove fondò un centro per lesioni spinali. In quegli anni i pazienti erano per la maggioranza reduci di guerra, veterani menomati per le battaglie al fronte, le bombe e le atrocità belliche. Guttmann rivoluzionò il modo di curare le disabilità di chi era affetto da suddette lesioni: introdusse la riabilitazione fisioterapica e soprattutto lo sport.

Il medico intuì che il movimento fisico ma soprattutto l’impegno, il sacrificio, lo stimolo, l’obiettivo, la fratellanza e l’amicizia dello sport sarebbero stati i migliori antidoti, insieme alle cure mediche pregresse, nella cura di un disabilità spinale, e non solo. Così nel 1948 organizzò un evento dove i suoi pazienti si sfidavano in competizioni sportive. 16 partecipanti (14 uomini e 2 donne) soltanto Inglesi, pochi sport ma tanto entusiasmo e divertimento in quelli che vennero chiamati Stoke Mandeville Games. Il preludio delle Paralimpiadi. Ed è proprio il caso di dire “i giochi sono fatti”. Nel senso letterale dell’espressione, in questo caso. Da quell’anno si ripeteranno nel 1952 con l’ingresso di alcuni partecipanti stranieri (per lo più Olandesi) fino a Roma 1960, prima edizione ufficiale delle Paralimpiadi in concomitanza alle Olimpiadi. Questa edizione ufficiale nasce dall’intesa tra Guttmann e Antonio Maglio, medico neuropsichiatra dell’Inail di Ostia.

paralimpiadi stoke mandeville

Rising Phoenix: un omaggio alle leggende

Questo è soltanto un breve ma doveroso accenno alle origini dell’evento, protagonista di Rising Phoenix, docufilm che narra per bene la storia dei Giochi Paralimpici. Diverse testimonianze e altri protagonisti arricchiscono il documentario. Infatti i piani narrativi sono due: oltre al racconto storico vi è quello personale di chi le disputa, gli atleti. Quest’ultimo arriva in un momento difficile per lo sport, un momento di stop forzato che ha portato al rinvio dei Giochi di Tokyo. Una ricorrenza importante è anche quella dei 60 anni dalla prima Paralimpiade, quella di Roma. Vicende storiche e vicende personali si intrecciano per creare un prodotto dal profondo valore sociale. D’altronde se è vero che i Giochi Paralimpici hanno rivoluzionato il mondo dello sport è altrettanto vero che hanno enormemente trasformato anche la società.

In che modo? A cambiare è stato il ruolo del disabile all’interno della comunità sociale e il modo in cui quest’ultima guarda al disabile. Sarà per questo che alle Paralimpiadi si impara a vincere ma anche ad essere umani. Per quanto non piaccia essere definiti eroi in quanto l’eroe ha dei poteri speciali mentre loro vogliono discostarsi dal concetto di “specialità” per essere accostati a quello di normalità, è innegabile che nelle loro vite qualcosa che gli ha impedito di avere successo è accaduto. Almeno nei termini della normalità. Andare oltre quel qualcosa, trasformare una debolezza in una forza e arrivare al successo, li rende dei super eroi. Ecco perché “alle Olimpiadi vengono creati i supereroi mentre alle Paralimpiadi arrivano i supereroi“, citando letteralmente il documentario.

rising phoenix

Storie di abilità

A testimoniarlo, tra gli altri, Bebe Vio che afferma quanto attraverso lo sport sia cambiata proprio la cultura nei confronti della disabilità, lei che si allena nella stessa palestra di atleti senza disabilità. Cambia la percezione del disabile che non è più tale ma viene riconosciuto semplicemente come abile nello sport che fa. Ed è importante che questa nuova percezione si radichi sin dall’infanzia. In effetti questo è un documentario profondo nei contenuti ma con un ritmo narrativo rapido che si lascia guardare proprio da tutti. Certo le testimonianze sono intense: Jean-Baptiste Alaize ha perso una gamba durante la guerra civile in Burundi, dopo aver visto assassinare sua madre. Ma c’è anche chi ci è nato con una disabilità, come Matt Stuztman che nato senza braccia dice: “avrei voluto diventare come Michael Jordan, ma ero troppo basso!“.

Le storie raccontate sono tante e sono quelle di Ellie Cole, nuotatrice australiana, Jonnie Peacock, velocista inglese, Cui Zhe, per il sollevamento pesi dalla Cina, Ryley Batt,rugbista australiano, Ntando Mahlangu, atleta sudafricano e Tatyana McFadden, sciatrice e velocista americana, oltre ai già citati. Arriva chiaramente il messaggio che ad essere diversi non sono loro, ma tutti siamo diversi gli uni dagli altri. La verità è che non esiste essere umano uguale all’altro. E loro non sono diversi per la loro disabilità ma per la forza di rinascere coltivando le risorse che sono all’interno di ognuno di noi, proprio come una fenice che rinasce dalle proprie ceneri, cancellando quell'(ormai) inutile suffisso, dis- e mostrando di essere semplicemente abili e atleti.

spot_img