Omosessualità, il tabù degli sport di squadra maschili

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E’ una storia che appartiene a pochi quella che racconta la fine di un tabù, l’omosessualità nel mondo degli sport di squadra maschili. E così tutti tacciono. Pochi si rivelano. Tra questi Jake Daniels, diciassettenne inglese dei Blackpool che ha dichiarato il suo orientamento sessuale senza paure

Jake Daniels, unico più che raro

Perché i calciatori non fanno coming out? Nel mondo degli sport di squadra, soprattutto al maschile, è quanto mai raro individuare giocatori omosessuali che hanno ammesso il loro orientamento. Philipp Lahm, ex capitano della nazionale tedesca, quella che vinto i mondiali del 2014, ha scritto un libro, Das Spiel. Die Welt des Fussbals. In questo volume racconta il mondo del calcio visto da dentro. In quelle pagine spiega come è meglio non dichiarare la propria omosessualità nel mondo del calcio. E il tabù diventa sempre più tabù. Soprattutto nel mondo del calcio maschile, in effetti. Se ci sono stati dei coming out nello sport maschile, sono stati in sport individuali. Chi altro lo ha fatto lo ha fatto a carriera finita.

Non ha scelto questa strada il diciassettenne Jake Daniels. Il giovane gioca nella seconda divisione del campionato inglese ed è l’unico calciatore professionista maschile in attività nel Regno Unito a essere dichiaratamente omosessuale. Si può aggiungere che è uno dei pochissimi al mondo. Lo ha dichiarato alla vigilia della giornata internazionale contro l’omofobia. L’attaccante del Blackpool ha detto a Sky News:Voglio essere solo me stesso. Non ne potevo più di dire continuamente bugie ed essere falso, come lo sono stato per anni. Per tanto tempo ho pensato di nascondermi e celare la verità. Adesso provo un sollievo enorme“. Nell’eterno dubbio tra parlare e cambiare le cose o tacere e salvare la propria carriera, non sappiamo se la scelta premierà Daniels. Intanto ha aperto una strada sinora battuta da pochi.

Omosessualità dichiarata: un racconto di pochi

Pochissimi. Esiste un solo precedente di coming out nel calcio inglese per chi è in attività, quello di Justin Fashanu. Il primo giocatore di sempre a dichiararsi gay si è tolto la vita nel 1998 a Londra quando aveva 37 anni. Per lui anche un’accusa, sempre respinta, di molestie da un 17enne. Altri pochi come lui sono Josh Cavallo in Australia, e prima di lui Andy Brennan. Anche l’argentino Nicolás Fernández ha ammesso la sua omosessualità. Negli Usa ci sono stati David Testo e Robbie Rogers. Quest’ultimo ha fatto coming out lasciando il calcio inglese per poi tornare in campo con i Los Angeles Galaxy. E poi ancora Rosario Coco della squadra di terza categoria Roma Ostia Antica. Il ventenne Anton Hysen nel 2011 ammise la sua omosessualità come Coco con i compagni. Lui fu il primo in Svezia. Nel 2014 il centrocampista tedesco, Thomas Hitzlsperger, che ha giocato anche nella Lazio, ha fatto coming out ma un anno dopo il ritiro dalla carriera di atleta.

Insomma la storia ci racconta che qualcuno che ha avuto coraggio c’è. Ma non ha spostato di troppo l’ago della bilancia in favore della libertà, anziché del coraggio.
Se si deve avere coraggio vuol dire che esiste un velo di paura. Se esiste la paura non c’è la libertà. Invece bisognerebbe che anche nel calcio o in qualunque sport di squadra maschile ci sia la stessa libertà che c’è negli sport femminili di squadra o negli individuali sia maschili che femminili. Eppure il retaggio culturale del maschio alfa che nel branco deve essere leone e non può essere “femminella” c’è. Ed è ben radicato. Quello di Daniels è un primo passo che può fare da apripista. “Molti compagni di squadra mi hanno chiesto -perché non ce lo hai detto prima-?
Che sia la fine del tabù dell’omosessualità dichiarata?

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