Roma come Wimbledon, i Russi vengono esclusi dagli Internazionali

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Draghi si allinea a quanto accaduto a Wimbledon e opta per l’esclusione dei tennisti russi e bielorussi dagli Internazionali d’Italia. La decisione è coerente anche con quanto deciso dal Cio a inizio conflitto. Un monito per la Russia. Ma lo sport non è inclusione?

Russi e bielorussi esclusi: cronologia dei fatti

Lo sport è inclusione. Finché non si parla di Russia. Mario Draghi ci ha pensato molto, e nonostante il Governo sia consapevole delle ripercussioni economiche e sportive, prosegue per la sua strada. Escludere i tennisti russi e bielorussi dagli Internazionali BNL d’Italia che si terranno a Roma dal 2 al 15 maggio. La decisione è in linea con quanto deciso dall’All England Club per Wimbledon. Tuttavia mentre Wimbledon è organizzato da privati, gli Internazionali d’Italia sono un Masters 1000 gestito da Atp e Wta. Le due associazioni hanno criticato aspramente la chiusura di Wimbledon, quindi le pressioni con Roma, e le eventuali sanzioni, potrebbero essere rilevanti. Questo è il timore della Federazione italiana Tennis: una spaccatura che declassi il torneo di Roma. Ma Draghi, consapevole, ha continuato per la sua strada.

Sulla stessa linea il presidente del Coni, Malagò, che si allinea a quanto deciso dal Cio sugli sport individuali. L’Executive Board del Comitato Olimpico ha raccomandato a tutte le federazioni di non invitare atleti russi e bielorussi ai tornei e alle manifestazioni sportive. E così Wimbledon ha deciso di non includerli. Tuttavia quegli stessi esclusi a Wimbledon, hanno giocato tornei in Usa, Spagna, Serbia. Questo perché l’Atp, l’Associazione internazionale che guida il tennis professionistico, ha autorizzato la loro partecipazione visto che sono liberi professionisti, non rappresentanti della loro nazionale. La Federtennis è della stessa opinione per Roma. Parliamo peraltro di atleti della caratura di Medvedev numero due al mondo, Rublev, numero 8 della classifica.

Internazionali: l’esclusione ingiusta e incoerente

Quelli sopradescritti sono i fatti. Poi ci sono le considerazioni. Partendo da una prospettiva meramente sportiva, escludere atleti da un torneo che avrebbe sorti diverse con la partecipazione di due atleti virtuosi come sono Rublev e Medvedev, cambia totalmente il peso dell’evento sportivo. Gli toglie prestigio, ma soprattutto lo sbilancia rendendolo poco veritiero. Questo potrebbe importare in misura minore.
Ciò che va considerato è altro, forse più pesante. La dimensione inclusiva dello sport non dovrebbe rendere nessuno sportivo vittima di pregiudizi (chiaramente politici) e di discriminazione. Anzi, se lo sport è uno strumento pacifico e di unione, questa sua peculiarità dovrebbe essere utilizzata non come strumento di punizione (pacifica), ma come collante tra i popoli. Vedere lo sport come mezzo per imporre della sanzioni non belliche alla Russia è ingiusto per gli individui.

E qui si arriva a un’altra doverosa distinzione, nonché una costatazione di giustizia, in mezzo a tutta questa ingiustizia. Sì ingiustizia come l’hanno definita gli stessi Rublev e Medvedev, ma anche altri grandi del tennis come Djokovich e Panatta. Gli sportivi si distaccano da questa decisione incoerente coi valori dello sport e con i sacrifici che questo implica per un atleta.
La distinzione è che esiste un Governo che prende decisioni, e un popolo che le subisce. Pertanto quello che sta portando avanti Putin è una guerra irrazionale, come tutte le guerre, da cui ad uscirne devastati sono i popoli. Conflitti ingiusti che ricadono sugli individui ma generati dai governi. Così come ingiuste sono le decisioni dei governi di escludere sportivi che hanno preso distanza dal dramma bellico. Lo sport non è discriminazione, in tutti i casi.

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