Italiani popolo di sedentari, fannulloni. 20 anni fa

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Il ministro Andrea Abodi vuole far alzare l’Italia dal divano perché, secondo l’Ocse, siamo tra i primi 5 paesi per sedentarietà. Così ci siamo affidati ai numeri: cosa ci dicono sulla pratica sportiva degli italiani? E’ aumentata rispetto a 20 anni fa ma più al Centro-Nord che al Sud. Il ceto socio-culturale è un parametro importante nel fare sport. E i giovani non sono più fannulloni.

Abodi l’Italia chiamò

In occasione di un evento organizzato dal quotidiano Il Foglio a San Siro durante questa settimana il ministro per lo Sport e i Giovani, Andrea Abodi, ha utilizzato l’espressione “Far alzare l’Italia dal divano” per esprimere l’auspicio e l’obiettivo concreto di porre fine alla sedentarietà italiana che è a livelli altissimi. Il linguaggio figurato è accattivante perché crea un senso di comunità non indifferente. Poco importa se il concetto di pigrizia ci fa ridere. Altro che risate: la sedentarietà fa male alla nostra salute, oltre che alla nostra economia. “Siamo tra i primi cinque paesi Ocse per sedentarietà. Un fenomeno che comporta un elevato costo sociale e finanziario: 4 miliardi all’anno, rispetto ai 400 milioni garantiti dal finanziamento pubblico allo sport. Quindi fare attività fisica è una necessità, oltre che un piacere. E un patrimonio collettivo” ha detto Abodi.

Siamo un popolo che spesso vince nelle competizioni, siamo tra i primi posto al mondo di vittorie sportive ma siamo agli ultimi posti come popolo in movimento, abbiamo un altissimo tasso di
persone in sovrappeso: lo stile di vita determina il cinquanta percento delle patologie. Stiamo riconoscendo dignità allo sport con ammortizzatori sociali, non sono le medaglie a essere il metro
dell’efficacia del sistema, ma
– ha aggiunto il ministro – le nostre vittorie si avranno quando in tutte le scuole si potrà fare educazione fisica quando in tutte le scuole ci saranno palestre”. Il ministro ha poi continuando non nascondendo di voler alzare l’asticella. ”Cinque decreti correttivi entro giugno, dal sostegno al caro energia fino all’incremento dei fondi speciali per le infrastrutture e le periferie: i prossimi sei mesi saranno decisivi per tradurre le parole in fatti. Dobbiamo far comprendere a tutti che dal punto di vista cultuale fare sport fa bene al fisico e alla mente” ha concluso il ministro.

Chi fa più sport?

Ci siamo così domandati cosa dicono i numeri in merito alla pratica sportiva. Bisogna davvero alzare l’Italia dal divano? I dati dicono che la pratica sportiva è cresciuta enormemente negli ultimi 20 anni. Dal 59,1% del 2000 al 66,2% nel 2021: quindi dai 34 milioni di persone che nel 2000 facevano sport, oggi sono quasi 39. Si riduce invece la quota di quelli che vanno presi di forza dal divano: dal 37,5% del 2000 ora sono il 33,7%. Il 2020 è un caso a parte e ha contribuito a cambiare gli stili di vita. Nella seconda metà del 2020 e fino a buona parte del 2021 le restrizioni per palestre e centri sportivi hanno inciso negativamente, definendo quindi una contrazione, sulla pratica continuativa al chiuso. La possibilità di poter svolgere nuovamente attività all’aperto ha invece avuto effetti positivi sull’aumento di attività fisiche non strutturate. Si è ritrovato il piacere di attività fisica come fare lunghe passeggiate, andare in bicicletta, nuotare.

Tra il 2000 e il 2019 la pratica sportiva è cresciuta a tutte le età. In generale più si invecchia più si diventa sedentari. Addio al concetto di giovani fannulloni. Sono solo 2 su 10 gli adolescenti che non praticano sport. Altri due aspetti importanti sono la geografia e il ceto socio-culturale. Tra il Centro-Nord e il Sud c’è una forbice ampia: se dal 2000 da Roma in su la tendenza a fare sport è aumentata del 25%, al sud soltanto del 15%. Questo incrementa le distanze tra le diverse macro aree del Paese. Infine, il livello di istruzione rappresenta un elemento rilevante per la pratica sportiva: la metà dei laureati italiani partica sport. La percentuale scende del 13% per i diplomati e soltanto il 15% fa sport tra coloro che hanno la licenza di scuola media. Lo stesso contesto culturale familiare incide poi sulla pratica sportiva dei bambini. Figli di genitori con alto titolo di studio praticano sport nel 57% dei casi. Diventa la metà quando il titolo di studio è la scuola dell’obbligo. Le diseguaglianza rispetto al titolo di studio sono aumentate nel tempo.

(fonte Istat)



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