D3, il wrestler italiano racconta il dietro le quinte della WWE

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Ho intervistato D3 Prince of Rome wrestler italiano che da anni sale sui ring più importanti del panorama americano. Il suo sogno è quello di tornare in Italia e fondare l’università del Wrestling e dare così la possibilità a tutti di avvicinarsi a quest’arte. Grazie a lui siamo riusciti ad entrare nel mondo di un lottatore. Abbiamo sbirciato e sono saltate fuori molte cose interessanti dietro allo show, alle tutine e alle sedie spaccate sulla schiena.

D3, The Prince of Rome il wrestler italiano

Daniele Dentice d’Accadia vive da anni a Orlando, Florida. Ha iniziato come wrestler in Italia e questo non era certo un biglietto da visita sufficiente per la scena americana. “Un wrestler italiano – mi racconta – è pressoché sconosciuto negli USA e per un lottatore che arriva qui l’impatto è profondo.” Daniele è l’unico lottatore italiano negli USA e ha dovuto imparare a conoscere l’ambiente: “la prima grande differenze è nel pubblico, che è attento e segue gli incontri. I fan sono molto appassionati”. Fin dai tempi dei match italiani, Daniele è conosciuto come D3, soprannome che è venuto molto prima del wrestling. 

Avendo due cognomi, fin dai tempi di scuola per gli amici ero D3. L’ho portato con me ed è diventato il mio nome d’arte ma, sbarcato negli Stati Uniti, avevo bisogno di un nome rappresentativo.” Confesso che, quando ci siamo sentiti, nutrivo una certa diffidenza sul nome Prince of Rome. Da romano mi suonava un po’ altisonante: “non voglio passare per quello che se la tira. Il mio cognome avrebbe origini nell’antica nobiltà romana. Quando sono sbarcato negli USA avevo bisogno di un nome riconoscibile e che i fan potessero associare immediatamente. Prince of Rome è perfetto per il mio Gimmick.

wrestler italiano

Quello che c’è di finto nel wrestling…

Per chiunque non sia avvezzo alla terminologia del wrestling, i gimmick sono i personaggi che ogni wrestler interpreta. Esistono dei gimmick standard, un po’ come le maschere della commedia dell’arte, che poi ogni lottatore personalizza. “Il personaggio che interpreto è mio. Sono io che l’ho creato e sempre io che decido come stare sul ring e come pormi al pubblico.” Ogni lottatore ha il proprio personaggio. Questo può essere buono o cattivo, una via di mezzo tra i due, oppure iniziare da buono per poi prendere una brutta piega e viceversa. Tutto, però, sempre al servizio dello spettacolo.

Prince of Rome è un personaggio borderline: fondamentalmente buono, a cui ogni tanto possono girare parecchio. Tutto dipende da quello che chiede il producer.” L’organizzazione degli incontri di wrestling, come ci spiega il wrestler italiano, è lo sceneggiatore dello show. “I producer sono quelli che organizzano i match e che pagano. Di conseguenza sono anche quelli che decidono come inizia e finisce l’incontro.” Ecco, lo sapevo io che è tutto finto, tutto già deciso. Eh, ha proprio ragione signora mia.

E cosa c’è di vero

Finto, non è la parola adatta – precisa Prince of Rome -. Sul ring ci sono wrestler veri, le cadute sono vere, così come lo è il pavimento su cui atterriamo. Le nostre espressioni sono studiate, non il rumore delle ossa rotte. Potremmo dire che i nostri personaggi sono finti ma come lo sono quelli di qualunque attore.” Per capire questo punto di vista bisogna immergersi di più nella vita del wrestler fuori dal ring. “La nostra preparazione non è solo atletica. L’allenamento fisico ne rappresenta una buona parte, poi studiamo recitazione, improvvisazione e stunting. Durante un incontro dobbiamo tenere conto delle reazioni del pubblico, della posizione delle telecamere, dei sentimenti che il producer vuole trasmettere.” 

Un’interpretazione che non possono certo fare da soli: risulterebbe ridicolo. Ma il partner con cui deve gonfiarsi o che lo farà saltare giù dal ring, D3 lo conosce solo poco prima dell’incontro. “Spesso va così, soprattutto in America, dove gli atleti sono moltissimi. La maggior parte delle volte conosco il mio avversario solo poco prima dell’inizio dello show. Il producer comunica quello che vuole e poi gli atleti organizzano lo spezzone.” Pochi minuti per pensare e decidere come dare lo spettacolo più entusiasmante per il pubblico. Spesso non c’è lo spazio per provare: “per questo un lottatore deve essere sempre molto preparato quando arriva all’evento. Due lottatori esperti e preparati si capiscono al volo, sanno come eseguire mosse e figure, conoscono il pubblico e cosa lo entusiasma. Spesso si decidono due o tre cose da fare, poi il resto è improvvisato sul ring.”

wrestler italiano d3

Tante botte e poche garanzie

Nonostante la preparazione, gli allenamenti e le precauzioni, gli infortuni sono all’ordine del giorno. Lo stesso wrestler italiano, ha più volte dovuto affrontare lunghi stop: “per un lottatore è qualcosa di normale, rientra nel gioco. Nel wrestling professionistico, però, un infortunio può essere una condanna.” Va ricordato che quando si parla di WWE o di altri organizzatori di Wrestling, stiamo parlando di aziende, non di federazioni sportive. La tutela dell’atleta è tutta scritta, nero su bianco, sui contratti che i fighter hanno con i producers. “Io, come molti altri – mi racconta Daniele – sono freelance: i contratti li stipulo di volta in volta in occasione degli incontri. Noi non abbiamo nessuna garanzia in caso d’infortunio. Chi ha contratti con le major se la cava meglio ma non troppo.”

Se cascassi da tre metri schiantandomi a terra con il gomito, sarei sicuro di avere la compagnia del gesso per diversi mesi. Un tempo infinito per un lottatore di Wrestling. “In media, un lottatore in America fa tre o quattro incontri a settimana. Uno stop di tre o sei mesi, vuol dire non venire pagato per molto tempo. Nel frattempo devi continuare ad allenarti.” Questo, purtroppo, porta molti atleti a combattere da infortunati o peggio: “le storie sugli abusi di antidolorifici, di alcool o anche di steroidi nascono dal bisogno di lottare. Se hai un contratto per un match che non disputerai perché infortunato, nessuno ti paga. È capitato spesso anche a me di lottare perché costretto.”

Il sindacato del wrestler italiano

Da questa e dalle altre esperienze accumulate durante la carriera, nasce il sogno di D3. “Quando tornerò in Italia, vorrei aprire l’Università del Wrestling: una scuola dove chiunque voglia avvicinarsi a quest’arte possa trovare tutto ciò di cui ha bisogno.” Università e non una semplice palestra, perché sono tante e diverse le caratteristiche che un buon wrestler deve avere. “Un unico luogo – lo descrive Daniele Dentice d’Accadia – dove i lottatori di tutta Italia possano imparare l’arte del wrestling in ogni sua sfaccettatura. Una cosa che non esiste nel nostro Paese, mentre sono tante le persone che mi contattano chiedendomi dove possano iniziare e imparare.”

Oltre alla scuola, le ambizioni di Prince of Rome sono tante. “Per ora voglio continuare a combattere e portare i colori dell’Italia sui ring americani. Quando smetterò, vorrei dedicarmi anche alla tutela degli atleti.” Un tema molto caro a Daniele, che forse vede nella mancanza di supporto, l’ostacolo maggiore per gli aspiranti lottatori. “Quello che ho in mente è una specie di sindacato dei lottatori. Una struttura a cui i fighter possano rivolgersi per avere sostegno in ogni fase della carriera.” Una federazione, insomma, che aiuti tutti gli atleti a superare le difficoltà che D3 ha affrontato, da solo, nel costruirsi una carriera. “Vorrei supportare chi si affaccia a questo mondo ma anche i professionisti che hanno a che fare con producer senza scrupoli.”

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