Michelangelo Pacifico: l’ultracycling come stile di vita

Ultime notizie

Giochi Olimpici invernali: riflettori su Pellegrino e De Fabiani

I Giochi Olimpici invernali si avvicinano e l'Italia sogna...

Il nuovo Futsal visto con gli occhi del D.G. Bontempi

Il Mercoledì a L’Atleta è sinonimo di futsal. Questa...

Mirco Casassa, la locura di un portiere di futsal

Come ogni mercoledì, Futsal Arena porta gli ospiti e...

VALORANT: il nuovo titolo competitivo targato Riot games.

Agent's Range Italia è la nuova realtà che ospita...

Share

La vita è questione di fortuna, dicono alcuni. La fortuna è questione di geografia, dicono altri. Il segreto della felicità è ribaltare tutto, esclamano in molti. “Nessuna impresa è impossibile per chi è mosso da una grande passione”, dice l’atleta di ultracycling Michelangelo Pacifico. A me piace più l’ultima. Paciox, classe 1984 è un atleta del Gruppo Ciclistico Novara ’95. Dall’odio per i ciclisti a una passione per le due ruote e lunghe distanze: la storia di chi ha trovato il mezzo per riuscire a dare ogni giorno il meglio di sé. La storia di chi vede in Walter Bonatti e un certo “Marino” due grandi esempi di sport e di chi, grazie ad un’avventura nata per caso sulle due ruote di una graziella rubata, ha capito che le barriere mentali che abbiamo sono limiti che non esistono.

Pic by bikingman

Che cosa significa ultracycling?

Quando si parla di ultracycling forse ancora oggi si sa ben poco. Gli atleti e i principali esponenti di questa disciplina non sono molto conosciuti. Anche solo cercare tabelle di allenamento per una gara di questo tipo, è impresa dura. È uno sport che potremmo definire di nicchia, eppure ha tanto da raccontare. Per Michelangelo Pacifico, l’ultracycling tecnicamente è ciclismo, fatto però di ultra distanze. Parliamo di gare competitive, da 600km in su. Esistono quelle unsopported (quindi dove svolgi la gara in totale autonomia) e altre dove è obbligatorio il supporto di un’auto a seguito. Bisogna percorrere la distanza entro un determinato numero di giorni. 

Ma oltre ai km da percorrere, le gare di UltraCycling hanno diverse variabili, come la gestione della notte, della fatica, degli approvvigionamenti. Sono gare dove la competizione però ha solo un’accezione positiva: si finisce con una stretta di mano all’arrivo e una birra a fine serata. “È un ‘accezione estrema del ciclismo, – lo definisce meglio Michelangelo – e il cui scopo principale è conoscere sé stessi e abbattere le proprie barriere mentali. L’ultracycling è il mio mezzo per abbattere la mia zona di comfort, e riesce a farmi arrivare dove mai avrei pensato di arrivare. Ha reso possibile ciò che all’inizio credevo impossibile”.

Il sorriso ottimista, nonostante le mascherine

Decido di incontrare Michelangelo in un bar, dove già in passato ci eravamo incontrati per chiacchierare insieme di ciclismo davanti un caffè. Sembra tutto normale, se non fosse che stiamo vivendo in un periodo storico in cui i sorrisi sono censurati dalle mascherine e gli occhi sono i primi a parlare. Niente baci, niente abbracci, ma solo il classico saluto gomito-gomito. Cerchiamo con lo sguardo la postazione ideale: due tavolini attaccati con due sedie ai rispettivi capotavola. Probabilmente siamo distanziati da almeno 1m e mezzo, ma le nostre orecchie sono sane abbastanza per poterci sentire senza dover urlare. Ecco, questo non vale per tutti. Possiamo confermarlo.

Il biglietto da visita di Michelangelo è il sorriso e quella ventata di ottimismo che sprigionano i suoi occhi rispecchiano a pieno lo status del suo cognome, “Pacifico”. Del suo curriculum sportivo c’è traccia su tutto il web, e per farne una sintesi possiamo dire che nel 2017 è arrivato 11esimo alla gara di ultracycling unsupported più dura al mondo, la TRANS AM BIKE RACE: 6800km, dall’Oregon a Yorktown, in Virginia, in soli 21 giorni. E non solo: secondo nell’edizione 2018 dell’ Inca Divide in 145 ore sfidando l’alta quota e le Ande del Perù, e vincitore della North Cape – Tarifa nel 2019.

Michelangelo Pacifico (a dx) nella sua prima avventura giovanile

Dall’odio per i ciclisti, ai primi 821 km di ultracycling

Le mie curiosità su questo sport sono tante, e mi piace scoprire che in realtà ciò che ha reso l’ultracycling una passione di Michelangelo è stata la capacità di renderlo una persona migliore anche nella vita. “A livello psicologico per me significa affrontare le proprie paure. Significa sapere che si vuole andare in quella direzione abbattendo e superando quegli ostacoli che la nostra mente ci ha posto di fronte, impedendoci di uscire dalla zona di comfort e migliorarci”. Ma come è nata questa passione? Come ti sei avvicinato a questa disciplina? Gli chiedo io con la stessa curiosità che è racchiusa dentro agli infiniti “perché” di un bambino di 6 anni. Era il 2006, io avevo 22anni. E credimi, quasi odiavo i ciclisti. Non avevo mai avuto una bici prima. Due amici sarebbero partiti per un viaggio sulle due ruote, diretti a Roma, da lì a pochi giorni”.

Io ero il primo a prenderli per matti, finché ho sentito che se non mi fossi unito a loro in quell’avventura, mi sarei perso qualcosa di veramente bello”. E così, da neofita del ciclismo ma anche dello sport in generale, in sella ad una bicicletta ‘rubata’ da quelle abbandonate nell’atrio del proprio palazzo, percorse in compagnia dei due amici 821km in sei giorni. La bici che l’aveva portato fino a Roma lui stesso la definisce un mostro di bici. Eppure grazie a lei e a quell’avventura è scattato qualcosa dentro l’animo di Michelangelo. “Ho capito che se sentivo qualcosa, poteva essere realizzato. A prescindere da tutto quello che potevano pensare gli altri”, mi dice Paciox dopo aver terminato il racconto di questa incredibile avventura: “perché se sai guardare oltre le barriere mentali, potrai riuscire a fare anche qualcosa che agli occhi di altri sembrerà impossibile”.

Marino (in maglia bianca) e Michelangelo Pacifico alla Turbigo-Superga-Turbigo

Chi ci prova e tenta, non fallisce mai

All’ultracycling deve tutto, gli ha stravolto la vita, ha cambiato le abitudini e il modo di vivere e pensare. Lo ha reso una persona migliore, ha trovato la sua strada e come gli disse un giorno sua nonna, grazie alla bicicletta “Michelangelo è diventato un uomo”. Ma nello sport, come nella vita, si migliora grazie a persone nelle quali troviamo un punto di riferimento. La guida di Michelangelo ha un nome e si chiama Marino. Lo conosce nel 2012 e quando si incontrano per la prima volta lui ha 62 anni. Marino è uno di quei ciclisti che non sanno cosa significa la stanchezza e che al primo posto mettono la passione, il divertimento e la condivisione. “Ho iniziato ad uscire con Marino e i miei coetanei, mi prendevano in giro perché per loro ‘uscivo con i vecchietti’. Per me era molto di più. Pedalando con lui ho imparato a gestire lo sforzo e ho capito quanto l’ultracycling significa testa. In Marino ho trovato il mio maestro. Con lui ho fatto (tra le altre) la Parigi-Brest-Parigi, 1200km, l’olimpiade delle randonnée”. 

Quando parla di Marino, a Michelangelo brillano gli occhi. Leggo nelle sue parole una profonda gratitudine e l’affetto per una persona che ringrazia ancora oggi. Mi racconta un aneddoto, proprio riguardo a questa Randonnée di Parigi. Era il 2015, e Marino aveva 67anni. Al termine della sua gara, Michelangelo era già sotto la doccia, ricevette una chiamata da Marino. Era a soli 54km dall’arrivo, dopo averne percorsi 1146km, e chiedeva a Michelangelo di andare a recuperarlo. Non ce la faceva più. “Andai a prenderlo e, nonostante tutto, lui era felice come non mai: aveva vissuto un’esperienza da raccontare al nipotino che sarebbe nato qualche giorno dopo”. In quel momento Michelangelo capì che il reale fallimento non è arrendersi, ma non partire. “Perché se hai il coraggio di buttarti e non resti immobile, anche se non arrivi, hai sempre qualcosa da raccontare. Chi prova e chi tenta, non fallisce mai”. Perché la vita vera inizia dove finisce la nostra zona di comfort.

spot_img