Sandro Ciotti, un inesauribile fiume di parole

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Sandro Ciotti è stato un giornalista, radiocronista e telecronista italiano. Ha accompagnato con la sua voce quasi mezzo secolo di calcio giocato. Chiunque anche i più impreparati in materia sportiva avrebbero riconosciuto la sua voce tra la folla. Inconfondibilmente rauca, diventata un marchio di fabbrica. Abbiamo fatto due chiacchiere, immaginarie, con questo personaggio trascendentale che ha cambiato per sempre la narrazione sportiva

Sandro Ciotti

Sandro Ciotti, ben tornato tra noi. Abbiamo tante cose da chiederle, lei che è la vera voce del calcio italiano. Mi scusi ma devo subito chiederle di spegnere la sigaretta perché qui non si può fumare.

Di certo non iniziamo con il piede giusto (ride). D’accordo la spengo, ma queste nuove norme non fanno per me. Le sigarette hanno accompagnato la mia vita e grazie a loro riuscivo a rilassarmi anche nella situazioni più angoscianti.

Ci sta dicendo che la mettiamo sotto pressione?

No no, assolutamente. Oltre a rilassarmi è diventato un brutto vizio ma con l’età si sa, è difficile cambiare le proprie abitudini, soprattutto quelle sbagliate (ride).

Come ha iniziato questo percorso che l’ha portata alla gloria?

Sono stato un ragazzo di Roma con due passioni principali, la musica e il calcio. Mi sono cimentato in entrambe sia a livello pratico che a livello “teorico”. Da bambino presi lezioni di violino e la mia ampia vocalità mi permetteva di padroneggiare il canto. In seguito intrapresi la carriera da calciatore, rimanendo informato e in contatto con questo mondo anche dopo aver appeso gli scarpini al chiodo. Iniziai la carriera giornalistica in un giornale romano ed è proprio lì che la RAI mi trovò. Iniziai così con una trasmissione che legava calcio e musica. Probabilmente scelsero me perché ero molto ferrato in entrambe le materie.

Si aspettava quella chiamata?

Assolutamente no, ero un giornalista alle prime armi con tanta gavetta ancora avanti a sé. E con un caratterino niente male. La RAI mi ha dato questa occasione e per mia fortuna l’ho sfruttata al meglio.

Olimpiadi Messico 1968. Cosa hanno significato per lei

Come sicuramente saprete mi sono occupato di praticamente tutti gli sport, oltre a festival come quello di Sanremo, in ogni competizione tra cui 14 Olimpiadi. In Messico ho avuto paura di dover lasciare il mio lavoro. Dopo 14 ore di diretta sotto un’incessante pioggia, il mattino seguente subì un edema alle corde vocali. Ero nel panico perché perdere la voce per un radiocronista è perdere lo strumento principale. Fortunatamente i caporedattori mi dissero che sarebbe diventato un mio tratto distintivo e così accadde.

"Tutto il calcio minuto per minuto"
Sandro Ciotti con la redazione di “Tutto il calcio minuto per minuto”

Veniamo a noi: Sandro Ciotti, come reputa il calcio di oggi?

Da appassionato sono contento di vedere come si sia espanso tutto il movimento, ma credo che questo abbia rotto un po’ la magia che c’era prima. Ora tutti sanno tutto, e con queste diavolerie dei social, ormai il ruolo del giornalista risulta marginale. Prima se un calciatore “X” voleva far uscire un virgolettato aveva bisogno di qualcuno che lo ascoltasse e lo pubblicasse, ora basta qualche secondo e un tasto sul telefonino. C’è un contatto più diretto tra i tifosi e i propri idoli, ma la professionalità è stata accantonata.

Queste diavolerie, come le ha chiamate lei, trovano il suo gradimento oppure no?

Da ex calciatore e giornalista vecchio stampo devo dire che non li amo. Se fossi ancora giù con voi, nella mia parentesi calcistica, e un compagno di squadra nello spogliatoio si alienasse dal resto del gruppo per stare al telefonino, gli andrei sicuramente a dire qualcosina. Devo ammettere però che hanno anche aspetti positivi: oggi possiamo sapere anche che musica ascolta un giocatore. La musica dice tanto di una persona.

Come è cambiata la cronaca della partita?

E’ cambiata profondamente. La nostra era più cruda. Ci basavamo su quello che vedevamo e poco altro. Si cercava di rimanere distaccati rispetto anche all’atmosfera che si viveva nello stadio. Oggi invece una delle abilità che un cronista deve avere è far sentire il telespettatore all’interno dell’evento. Anche tralasciando in parte il racconto della partita. Ai miei tempi solo nella partite della Nazionale ci si potevano prendere delle licenze, come feci io ad un gol di Baggio contro la Nigeria nel 1994. Prima non venivano trasmesse tutte queste partite, perciò le gare della Nazionale erano un evento seguitissimo, con la possibilità di vedere all’opera campioni che militavano all’estero.

Qual è il calciatore più talentuoso che ha avuto la possibilità di commentare?

E’ una domanda che mi è stata posta molte volte. Probabilmente mi viene chiesto spesso perché ho coperto molte stagioni nel mio mestiere e di calciatori forti ne ho visti. Come ho sempre detto, per me il più forte di tutti era Gino Cappello, a livello tecnico più forte anche di Meazza, ma purtroppo per lui era, come si dice nella mia Roma, “matto come un cavallo”. Forse è questo che mi affascinava, quel suo modo di fare, forse un po’ mi ci rispecchiavo. L’ho spesso paragonato a Cruijff, un altro grande. L’ho ammirato molto. Dopo Cappello, forse il migliore (ride). A parte gli scherzi, Cruijff era un autentico genio. Decisi di omaggiarlo con un lungo documentario. Ho avuto la possibilità di conoscerlo all’epoca e ora di approfondirne meglio la nostra amicizia, abitando nello stesso “resort”.

Sandro Ciotti ed Enrico Ameri

E’ stato anche impegnato in diversi film, quello che personalmente ho più a cuore è Space Jam in cui il telecronista della partita finale, aveva la voce di Sandro Ciotti: che esperienza è stata?

Una bellissima esperienza. All’inizio non capì quello che questo film voleva trasmettere, mi sembrava semplicemente un cartone animato per bambini. Con il tempo però ho capito come fosse molto di più. Credo sia il film sul basket più visto di sempre, forse superato ora da The Last Dance, una serie talmente bella che l’hanno trasmessa anche qua sù

Festival di Sanremo, 27 gennaio 1967. Sono sicuro che ha già capito la domanda. Ci può raccontare come ha vissuto, tra l’altro in prima persona, la morte di Luigi Tenco?

Questa domanda è un colpo basso. E’ stata una delle serate più brutte della mia vita. Nessuno poteva credere a quella notizia. Era lì con noi, sul palco, neanche un ora prima. La notizia ci distrusse. Sono stato tra i primi ad entrare nella camera di Luigi insieme a Dalida e Lucio Dalla. Finché ne ho avuto le forze mi sono battuto per il mio amico e perché venisse fatta giustizia per la sua morte. Ora che sono qua su, sono riuscito finalmente a parlare con lui e a fare chiarezza sulla vicenda, ma quello che ci diciamo di là, resta di là. A proposito, credo che debba rientrare.

Un’ultima cosa prima di lasciarla. Qual’è il segreto per essere un cronista alla Sandro Ciotti?

Studiare. Leggere. Curiosare. In molti pensano che raccontare una partita di calcio o una finale olimpica sia facile. Dire quello che si vede però non basta. Lo sport è cultura. Il calcio è vita, soprattutto in un Paese in cui si parla di poco altro. Il buon cronista vede lo sport per ciò che è: un’altra forma di cultura, come tante altre. Se le culture si uniscono e si intrecciano, come con la musica e lo sport, escono fuori sempre belle storie.

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