Yoga: un viaggio interiore

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Lo yoga è una pratica molto diffusa oggi, ma le sue radici sono molto antiche e soprattutto molto profonde nel significato. Parlare di yoga assume un significato diverso da quello reale. In occasione della giornata mondiale dedicata allo yoga, trascorsa da pochi giorni, proviamo a cambiare prospettiva e conoscere meglio questa pratica che ha a che fare con la consapevolezza prima ancora che con la flessibilità

Yoga e asana, mezzo e non fine

La parola Yoga deriva dalla radice sanscrita – Yug -, che significa unire, legare, concentrare l’attenzione, dirigere. In effetti lo yoga è l’unione di tutti i poteri del corpo, della mente e dell’anima. Significa inoltre disciplinare l’intelletto, la mente, la volontà. Consiste nell’equilibrio dell’anima.
Si ma praticamente? Nel pratico sicuramente bisogna staccarsi dagli stereotipi che oggi sono legati alla pratica yogica. Lo yogi, o yogin, non è colui che mangia vegano o vegetariano per forza, o colui che è flessibile o riesce a fare grandi inversioni.
Lo yogi è chi è riesce ad avere controllo e consapevolezza di sé, del proprio spirito, dei propri desideri. Infatti, si tratta di una pratica che placa la mente, non (solo) che allunga il corpo e i muscoli.

Infatti, anche i benefici non si possono decidere prima. Non si sceglie di fare yoga per diventare più flessibili e arrivare a toccarsi le punte dei piedi. Oppure per riuscire a fare la verticale, l’asana più ambita. Le asana appunto, ci insegnano un cammino al contrario. Di solito siamo portati a pensare che la mente influenza il corpo. Lo yoga ci suggerisce di accedere alla mente attraverso il corpo. Così le asana non devono essere la destinazione, ma il mezzo. Le posizioni della pratica diventano la via di accesso alla nostra interiorità. Ciò non vuol dire tralasciare l’importanza del corpo. Conoscere i suoi limiti e rispettarli è un primo passo verso noi stessi. Porsi come obiettivo una figura yogica, e farla diventare ciò che ci spinge a fare yoga, significa invece seguire il nostro ego.

Yoga e perfezione dell’essere

L’ego vuole allungarsi, vuole spingersi oltre i propri limiti, non tiene conto delle proprie capacità. Non si rispetta. In questa pratica c’è un elemento protagonista, il respiro. Cosa, più del respiro, placa la mente? Il respiro è concentrazione. E la concentrazione è un flusso ininterrotto di consapevolezza. In effetti, da questa prospettiva l’asana perfetto è un percorso lungo. E l’obiettivo non è certo la perfezione della forma. Ma dell’essere.
Questa perfezione si compone di autocontrollo, di maggiore consapevolezza, di maggiore sensibilità. In altre parole di libertà. Chi sceglie di fare yoga, lo fa per conseguire la libertà.

Tutto questo richiede il superamento di alcuni ostacoli. Chi decide di praticare yoga deve farlo sapendo che non si va a fare una sfida con sé stessi. Ma si va alla ricerca di una dimensione di benessere fisico e mentale dove il secondo arriva prima, e per mezzo, del primo. Questi ostacoli riguardano il dubbio, il torpore, desideri sensoriali, egocentrismo.
La volontà è un postulato fondamentale affinché possa, insieme alla coscienza auto-riflessiva, liberarci dall’ineluttabilità della mente fluttuante, in costante tensione verso l’esterno. Quando la mente si rilassa, volge verso l’interno, i nervi si calmano. La rigidità se ne va. Il praticante resta solo con sé stesso. Questa è la meditazione. E questa è ancora un’altra storia.

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