Il 13 maggio 1909 partiva il primo Giro d’Italia

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“L’ora è prossima. La battaglia incombe. Gli amatori del ciclismo di tutte le nazioni vi ammirano e vi attendono. Ognuno ha fra di voi il suo favorito, la sua speranza. Come corridori italiani, avete il gran compito di difendere i colori della Nazione. Come forestieri ed ospiti, troverete fra i nostri campioni avversari degni e cortesi. Il vostro bel gesto di aver saputo osare segna l’inizio di una vittoria. In ognuno di voi c’è l’anima di un trionfatore”. Questo il contenuto dei volantini distribuiti al pubblico all’inizio del Giro d’Italia, che nel 1909 era pronto a partire per la prima volta.

La Preparazione

L’Italia di inizio ‘900 è profondamente diversa da quella in cui viviamo oggi: erano gli anni di Giolitti, del futurismo di Marinetti e del Premio Nobel Guglielmo Marconi. Non era ancora il Paese del calcio ma quello del ciclismo. Dopo il Giro di Lombardia e altre tappe locali come la Firenze-Pistoia, gli italiani si prepararono ad accogliere il primo Giro d’Italia.

Il 13 Maggio, a Milano, Hotel Loreto, un’immensa folla ha invaso corso Buenos Aires e le vie limitrofe per vedere i propri beniamini. All’interno dell’albergo stanno iniziando i preparativi per atleti e biciclette in vista della partenza. Una festa incredibile, nessuno si aspettava una partecipazione così numerosa. Tanto meno i dirigenti della Gazzetta dello Sport che batterono i colleghi del Corriere della Sera, anche loro stuzzicati dall’idea di organizzare una corsa nazionale. I dettagli furono svelati su “la Rosea” il 26 marzo dello stesso anno: otto tappe con riposo di uno o più giorni, per un totale di 2448 chilometri con partenza e arrivo a Milano, previste rispettivamente per il 13 e per il 30 Maggio. 

Fotografia d’epoca di Luigi Ganna, primo vincitore del Giro d’Italia

Le differenze con il Giro attuale

All’edizione del 1909 potevano partecipare professionisti e dilettanti, italiani e stranieri uniti in una squadra o singolarmente.  Alla prima corsa si iscrissero solo sei squadre, poiché il concetto di coesione era all’epoca molto vago. Ci si aiutava poco tra compagni e non si aveva neppure una divisa unica, in compenso però si poteva usufruire di assistenza durante le soste e all’arrivo di ogni tappa. La maggior parte degli Atleti però gareggiava in singolo. Erano i cosiddetti isolati. Non avevano nessun tipo di sostegno: dovevano pagarsi tutte le spese, le gomme, le riparazioni, trovarsi da mangiare e anche da dormire. Il vincitore di ogni tappa veniva premiato con 1 punto in classifica, il secondo con 2 e via dicendo. La classifica finale assegnava la vittoria all’Atleta con meno punti guadagnati, il contrario di oggi. Il montepremi finale era di 25 mila lire, non male per l’epoca visto che in media un operaio guadagnava 2 lire al giorno e una bicicletta discreta ne costava 100. Per chi fosse riuscito a tagliare il traguardo c’era un premio simbolico di 300 lire.

Quello del 1909 era un ciclismo d’altri tempi, ogni tappa diventava un impresa titanica. I chilometri percorsi, le bici e le strade dissestate di allora erano ostacoli molto ardui da superare. Nel Primo Giro dei 166 iscritti ne parteciparono 127 di cui solo 49 tagliarono il traguardo. Il mezzo, ancora chiamato velocipede, era talmente pesante e scomodo che il campione di quel Giro, Luigi Ganna, ad una domanda a caldo di un giornalista sulla gara appena conclusa rispose senza peli sulla lingua: “Me brusa tanto el cu”. Una frase entrata  nella storia dello sport italiano che fotografa alla perfezione  l’impresa svolta e la schiettezza dell’Italia dell’epoca.

Curiosità e stranezze del primo Giro

Per la prima volta veniva organizzata una competizione di questa portata nel nostro Paese in più aneddoti e stranezze contribuirono ad alimentarne il mito. Innanzitutto la partenza  fu alle 2.53 del mattino, non esattamente un orario consono per le manifestazioni sportive. I motivi erano due: il primo riguarda i tifosi, una partenza in pieno giorno nel centro di Milano avrebbe portato non pochi disordini a livello pubblico. In secondo luogo, per dare il tempo ai ciclisti di completare i 397 km previsti per l’arrivo a Bologna prima del tramonto. Oltre a curiosità legate all’organizzazione del Giro, ce ne sono molte anche all’interno della gara stessa.

Un episodio riguarda ancora Luigi Ganna, che conquistò il titolo grazie all’aiuto di un passaggio a livello che bloccò la volata finale dei suoi avversari, in vantaggio di 4 km. La vicenda più divertente però è sicuramente legata a Camillo Carcano. Il ciclista della squadra Riuge-Durie, nella quinta tappa del giro, la Roma-Firenze di 346 km, salì su un treno con la bicicletta sotto braccio a Civita Castellana. Nella zona era stata inaugurata tre anni prima la più innovativa rete di tram che collegava la Capitale con le zone limitrofe. Il furbo ciclista scese poi a Pontassieve, un comune di venti mila abitanti a 13 km da Firenze, riunendosi così al gruppone. Carcano si risparmiò 240 km di percorso ma fu punito con una inevitabile squalifica, il suo gesto però è e sarà sempre parte della storia del Giro d’Italia.

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