Nobiltà e violenza vanno d’accordo nello sport?

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Offese, insulti, trash talking e ripercussioni sull’avversario, spesso assistiamo a questi episodi, ma in alcuni sport la linea che separa i concetti di nobiltà e violenza è talmente sottile da risultare impercettibile. Un nobile gesto durante lo scontro può consegnare all’atto violento una valenza diversa.

Il pugile sconfitto proclama l’avversario vincitore (fonte Gasettesportes)

Quando lo sport ti fa più nobile. Violenza vuol dire “Voglio farti male”?

Può essere lo sport un grande contenitore di valori, concetti ed esperienze? Perché no. In questo mondo che ormai da tempo scandagliamo, studiamo, commentiamo e viviamo, si riescono a trovare una miriade di elementi. Alcuni vanno a braccetto, altri sono agli antipodi ed altri ancora, anche se da fuori sembrano diametralmente opposti, possono andare d’accordo. Un’accoppiata particolare, che si è presa un posto di rilievo nell’universo sportivo, è quella di nobiltà e violenza. Da una prima occhiata, l’impressione è che viaggino su due binari separati, eppure, soprattutto negli ultimi anni, nobiltà e violenza hanno intrecciato le loro strade, fin quasi a sovrapporsi. Un tempo l’essere nobile era legato a discipline quali, l’equitazione, il cricket, il polo, praticate soprattutto dai membri delle famiglie reali. La stessa boxe, per antonomasia, è definita ‘nobile’, proprio perché il suo regolamento è stato inventato John Sholto Douglas, marchese di Queensberry, in Scozia. Era la metà dell’800, altri tempi insomma.

Oggi, invece, il termine nobiltà è accostato ad una serie di valori differenti, nuovi, che ne hanno cambiato i confini. Essere nobili su un campo da calcio, all’interno di una pista d’atletica o su un ring vuol dire compiere un gesto di rispetto e di stima nei confronti dell’avversario. È di Papa Francesco l’espressione “Quando lo sport ti fa nobile” e racchiude al meglio questo concetto. Comportarsi e lottare sportivamente in modo da includere l’altro e non escluderlo, rispettarlo nella vittoria e nella sconfitta. Come il valore della nobiltà viaggia su un binario nuovo, anche il concetto di violenza sembra aver cambiato pelle. Essere violenti nello sport, qualche anno fa, era inteso più come far male all’avversario, sconfiggerlo arrecandogli danno, oggi invece la violenza risiede anche nel bel gesto atletico. Un giavellotto scagliato con violenza verso il record del mondo o un pallone scaraventato violentemente in rete. Violenza come sinonimo di prestanza fisica e gesto sportivo che rasenta la perfezione.

Capuozzo Adams Italia Galles (fonte fanpage)

Judo, MMA, Boxe, Rugby. E se non ci fosse un confine tra nobiltà e violenza nello sport?

A prima vista due concetti agli antipodi, eppure ci sono discipline dove nobiltà e violenza sembrano compagne di merenda. Ora una domanda sorge spontanea. Cari lettori, quali sono gli sport comunemente considerati violenti, duri, dove il sangue e le ammaccature sono elementi cardine? Non la scherma direi e nemmeno il nuoto. Esatto, gli sport da contatto ed in particolare discipline come le MMA, la Boxe, il Rugby ed anche un po’ di Judo. Tutti settori dove lo scontro fisico e la forza bruta, a prima vista, sono fondanti. Le arti marziali miste, dal momento della loro nascita, si sono portate dietro la scomoda nomea di “Sport ultra-violento dove ci si ammazza”. Fa da eco l’atmosfera dentro cui si muove il pugilato, spesso nel vortice delle polemiche su come i colpi alla testa e al cervello provochino danni irreparabili negli atleti. Lo stesso vale per il rugby, dove ematomi, dita rotte e spalle slogate sono all’ordine del giorno.

In tutto questo marasma di apparente violenza e scontri fisici di ‘gladiatoria’ memoria, trova collocazione rilevante la nobiltà. Ma cosa me ne faccio della nobiltà in un aspirale di muscoli, cazzotti, calci in bocca e gomiti marmorei piantati tra mento e collo? Semplice, la nobiltà, intesa come rispetto dell’altro, confronto leale e stima verso il proprio avversario, è valore primario in queste discipline. Il saper placcare o tirare un gancio destro ben assestato viaggiano di pari passo con il rispettare chi sta al di là del ring o nell’altra meta campo. A chi muove i primi passi negli sport da contatto, insieme alle basi atletico-fisiche, si insegnano i valori della lealtà, dello scontro equo con l’altro e di come l’avversario sia una persona e non ostacolo da calpestare. Per intenderci, nel rugby c’è un momento che fornisce massima espressione a questi concetti, ovvero il terzo tempo, un frangente dove riappacificazione e confronto extra-sportivo cancellano ostilità e scorrettezze. In questi sport, quindi, nobiltà e violenza si sovrappongono? Sono due facce della stessa medaglia.

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